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I MIGLIORI SUCCESSI DI ROPPOPPO' IL
CANTASTORIE
Credo che gli artisti, specie quelli che fanno
musica, si dividano in due categorie, quelli che “sentono la musica” e che
riescono a trasmetterti emozioni, e quelli che “vendono musica”, buoni solo per
la radio della macchina e per farti fischiettare qualche motivetto che, per un
certo periodo, piace più o meno a tutti. Roppoppò non appartiene ad alcuna di
queste due categorie, perché le sue canzoni non trasmettono emozioni e la sua
musica, per quanto orecchiabile, non vive lo spazio di una stagione.
No,
Roppoppò è diverso.
Roppoppò ti canta nell’anima.
Roppoppò ti scardina la
porta delle memorie antiche.
Roppoppò ti evoca saperi che ti preesistono, che
c’erano anche prima che tu nascessi e che sono tuoi solo perché, prima di te,
qualcuno è riuscito a farli propri e a sedimentarli in quell’angolo del cuore
destinato, e un giorno la scienza lo dimostrerà, ad accogliere l’estratto di
tutte le vite vissute prima della nostra e, senza le quali, la nostra non
sarebbe vita.
Roppoppò è un poeta.
Di quelli veri.
Di quelli che non si
inerpicano sulle vette della letteratura riservata agli iniziati, ma si fanno
portatori di quel comune sapere e di quel collettivo sentire che sono nostri,
nutrimento stesso del nostro essere uomini. Lui ama definirsi cantastorie, e non
sbaglia, perché era proprio ai cantastorie che veniva affidata, quando la
cultura era tramandata e non trasmessa su un video, la creazione di una nostra
identità. Quelle che canta Roppoppò non sono canzoni, sono poesie del vivere,
sono ritratti del tempo incastonati in una cornice di note, che solo una lettura
frettolosa definirebbe “orecchiabili” o, peggio, “folcloristico-tradizionali”,
magari con quella leggera spocchia che sempre accompagna il parlare degli
“altri”, gli artisti delle altre due categorie.
Ma gli altri sono cantanti,
che ne sanno della poesia. Che ne sanno di quella magia curiosa che si
impadronisce di noi, di tutti noi, quando una delle canzoni di Roppoppò si fa
colonna sonora del nostro vivere. Che ne sanno, loro, gli artisti veri, del
cantare nell’anima? Che ne sanno di quel distillato di memoria collettiva che
sempre, quando canta Roppoppò riaffiora con la prepotenza di un fulmine
d’estate, ma è un fulmine che porta sereno.
Tutto accade in un attimo,
Roppoppò canta e tu ti accorgi che no, non lo stai ascoltando, che non sono le
orecchie il tramite della conoscenza, ma che quella musica, quelle parole, quel
confondersi non confuso di note è solo l’eco potente di un suono che ti vive
dentro e che, in quell’attimo, ti ripropone i colori e i calori dei tempi
segnati dalle stagioni, dei raccolti e delle semine, delle aie popolose, delle
lune accese sulle serate scolpite dalle parole, dai racconti. Dalle musiche dei
cantastorie. Roppoppò non va ascoltato, va assorbito, perché ci consente il
lusso di tornare con l’anima ai tempi nei quali, a sera, non s’andava a dormire
con i sonniferi ma con le stelle e non si sprecava sonno in sterili autoanalisi
sull’aver vissuto una giornata da uomini appagati o da uomini insoddisfatti, da
uomini sereni o da uomini stressati, da uomini con l’ansia o da uomini con il
panico. Molto più semplicemente, ci bastava essere stati uomini.
Calateve lu
cappelle, c’è Roppoppò che canta…